In partenza!

 

palne

 AnilinaLab chiude per una settimana!

La zia si sposa ed andiamo a Parigi al suo matrimonio . Non è romantico? 😉

AnilinaLab aveva anche realizzato le scenografie per un piccolo video-partecipazione, eccolo qui.

Oggi è l’ultimo giorno di lavoro per noi. Riapriremo il 27 giugno!

Potete continuare ad inoltrare i vostri ordini, riceverete comunque risposta e le richieste saranno evase al nostro rientro, in ordine di precedenza.

A presto!

Farinata di Ceci DIY

farinataLa farinata è un piatto tipico genovese che divide gli animi: o piace, o non piace. Ma quando piace…piace un sacco !

Per farla in casa, trovare una ricetta che “funzioni”, però, non è facile. Un po’ perchè ogni forno è diverso; un po’ perchè le dosi riportate sulle confezioni o nei siti di ricette online sono proprio, a mio umile avviso, sbagliate, e portano a tragici fallimenti oltrechè a teglie drammaticamente incrostate, capaci di far gettare la spugna alla piu’ determinata e volenterosa delle massaie.

Dopo molti esperimenti , ho quasi casualmente imbroccato le dosi  “giuste” per me e desidero condividerle con voi!

150 gr farina di ceci

500 ml acqua 

1/2 cucchiaino di sale

Olio extravergine di oliva

Teglia metallica (no teflon please!)

La farina di ceci va stemperata con l’acqua e sbattuta bene con una frusta in modo che non faccia grumi.

Deve poi riposare per 6-8 ore.  Per ridurre i tempi di fermentazione, si puo’ aggiungere un cucchiaino di aceto di mele all’impasto ( vi prometto che il sapore non si sentirà). Tuttavia non consiglio di farla riposare meno di 4-5 ore perchè il sapore e la digeribilità ne risentono grandemente.

Trascorso questo tempo, accendete il forno al massimo.  Mentre il forno si scalda, ungete uniformemente  una teglia (siate generosi, l’olio deve colare lungo le pareti) . Versate l’impasto nella teglia: deve rimanere alto fra 5 e 10 mm. Con queste dosi io faccio due teglie, una piccola e rotonda da 24 cm di diametro ed una media rettangolare 30×40 cm…. Lascio il calcolo delle superfici ai geometri !

Con la frusta, agitate bene il composto nella teglia in modo che l’olio, che tenderà ad affiorare in grosse gocce,  si mescoli uniformemente all’impasto.

Infilate la teglia nel forno accertandovi che sia “in bolla”. Qualora non lo fosse, la farinata non cuocerà uniformemente ed una parte della teglia rimarrà “nuda”. Potete aiutare la teglia a stare ben diritta infilandoci sotto un piccolo spessore realizzato con della carta stagnola.

Chiudete il forno ed aspettate con fiducia 20-40 minuti , a seconda del vostro forno. La farinata deve risultare ben dorata, con una crosticina croccante sulla superficie.

Estraete la farinata dal forno e lasciatela riposare 1-2 minuti nella teglia prima di tagliarla a pezzi e servirla ancora ben calda con verdure cotte o crude ( è ottima con il sauerkraut). La farinata calda ha la consistenza di una crema pasticcera molto soda, e raffreddandosi si addensa.

E’ ottima con una bella spolverata di pepe nero macinato di fresco!

Alcune virtù della farinata:

-non contiene glutine

-a differenza dei legumi interi, non fa gonfiare la pancia, non contenendo bucce

– è un piatto molto povero, adatto in tempi di crisi…

– essendo morbida ed appetitosa,  è adatta a tutta la famiglia, inclusi i bimbi in (auto)svezzamento

– essendo preparata con fermentazione, è molto digeribile , a patto di non essere consumata assieme a cereali o ad altri piatti proteici: il suo ideale complemento sono le verdure.

Spero di avervi ispirati!  Sarò felice di sapere come vanno i vostri esperimenti….

Un bambino in tasca

sonotuttimiei

Guest Post di Cristina da “SonoTuttiMiei

Avevo da poco partorito la mia quinta figlia. Cercavo sul web un supporto per portare che fosse più “fresco” della mia Tricot Slen (fascia lunga elastica, che avevo trovato ottima per il neonato, ma decisamente troppo calda per l’estate – e nemmeno adatta ad una bimba in crescita, o a sua sorella di due anni – ma questo allora non lo sapevo). 

Senza nessuna conoscenza specifica, e senza nessuno con cui confrontarmi (avevo visto una mia vicina di casa portare la figlia, ma lei non aveva grande interesse per i vari supporti, aveva una Didymos lunga lunga che portava con molti nodi per accorciarla un po’), quando mi sono imbattuta in questa frase “un bambino in tasca”, mi sono incuriosita e fermata. Tra tutto quello che avevo trovato sul web, finalmente incontravo una mamma, una persona “vera”. Così mi sono azzardata a scriverle, raccontandole la nostra storia di famiglia numerosa, sperando magari di strapparle pure uno sconticino. È così che entrato il primo Gradipo in casa mia: da allora avrei imparato a conoscere anche la sua “mamma” Candida – Anilina – che ovviamente non solo mi ha fatto lo sconto, ma mi ha aiutata a scegliere modello e tessuto, ha “ascoltato” virtualmente i miei racconti delle prime esperienze con la sua pouch, e nel tempo è diventata, posso proprio dirlo, una delle mie più care amiche. 

Da allora la famiglia è cresciuta ancora, sia quella biologica (a ottobre siamo stati benedetti con la nascita del sesto figlio), sia la famiglia delle fasce: i Gradipi sono diventati due, poi tre, è arrivato un mei-tai (la Tricot Slen prestata ad una amica ha fatto purtroppo una brutta fine), è arrivata in regalo da Candida una nuova fascia semi-elastica (in un incrocio virtuale e virtuoso di amicizia con Glores), poi due “rigide”, una ad anelli, che se ne è andata velocemente quasi quanto è arrivata (non fa proprio per me), e la nostra storia di “portatrice” e “portati” continua, con entusiasmo.

Nel tempo sono cresciute le informazioni, ho incontrato, almeno virtualmente, tante altre mamme che portano, ho letto blog, conosciuto mamme che producono, frequentato gruppi su Facebook e letto blog. Il mese scorso ho persino fatto lo “sforzo” di comprare il libro di Ester Weber “Portare i piccoli” (credevo erroneamente che fosse un testo utile solo a chi porta con la fascia lunga, invece la parte meno “tecnica” è proprio quella che mi ha attratta di più). Parole come “cross twill”, “double hammock”, “rucksack” sono diventate familiari, a me e alla mia famiglia che mi sente sproloquiare e soprattutto mi vede portare con gioia l’ultimo arrivato. 

Posso dire che l’esperienza di mettere un figlio “in tasca”, pancia a pancia, sul fianco, sulla schiena, ha arricchito me, la mia famiglia, e i miei figli… e siccome ho il vizio di filosofeggiare, devo dire che (anche e purtroppo in seguito ad alcune polemiche scatenate sul web) ho iniziato a darmi le ragioni, anche formalmente, di tutta questa passione per una pratica tanto antica quanto, nella nostra cultura, nuova e da riscoprire. 

Portare i miei figli è iniziato con le mie braccia, prima di scoprire i supporti: proprio per questo ho notato subito quel pezzo di stoffa colorata che sosteneva la figlia della mia vicina, e ho iniziato a cercare qualcosa di analogo per me (lei lo aveva ricevuto in regalo e non sapeva darmi indicazioni!).

Io credo che nell’esperienza del portare una mamma ed un bambino possano sperimentare un modo “vero” di stare insieme: un luogo di riconoscimento, di scambio, di appartenenza. Ringrazio di avere avuto la possibilità di conoscere e sperimentare questo luogo, grazie alla passione che Candida mette nel suo lavoro, il suo essere anzitutto mamma, e amica.

In questo particolare momento della nostra vita, io e il mio piccolino stiamo scoprendo la fascia lunga, sto sperimentando tessuti e legature, il portare mi fa sentire anche più femminile (in un momento della vita, quella alle prese con un neonato, in cui noi mamme veniamo sempre dipinte come spettinate – e questo per me è vero sempre! – sciatte e con le occhiaie e i vestiti sporchi di rigurgito). Ho persino un Gradipo coordinato al cappello (che nasconde il problema capelli spettinati!). 

Portare costituisce poi uno spazio sacro per me e il mio bambino, me ne accorgo quando siamo in giro, e lui curioso si guarda intorno – ha ora sei mesi – ma quando inizia la stanchezza affonda il volto sul mio petto, e si trova sicuro e pronto al riposo. Quando lo porto sulla schiena mi rendo conto che davvero l’educazione prima che insegnare “come” fare, è un fare “con”, fare insieme: mio figlio segue i miei gesti, li fa insieme a me, come quando era dentro di me, ma in un “passo” successivo della sua crescita, mentre inizia ad avere consapevolezza del mondo fuori di lui. 

Io amo i miei supporti, sono proprio il tramite “fisico” di questo rapporto, il simbolo del legame e insieme del distacco tra me e il mio bambino (la fascia ci “lega”, ma ne abbiamo bisogno perché abbiamo già vissuto una separazione, in una storia di lento distacco che porterà lui alla pienezza del proprio riconoscimento, in rapporto con me – anzitutto – e con il resto della realtà). Quando ho prestato il mio primo Gradipo non vedevo l’ora che tornasse, e ora non lo presterei più (mi sono affezionata meno al secondo, che ho usato per poco tempo, ora presterei quello!). Sono grata a Candida che me l’ha cucito con amore, e alle altre mamme che ho incontrato in questa avventura, che mi hanno suggerito tipi diversi di supporti, varie legature, mi hanno raccontato la loro esperienza, condiviso le loro scoperte. Sono contenta di avere ancora un po’ di tempo davanti (e invidiosa delle giovani neo-mamme, che pensano già al prossimo cucciolo da portare, quando io ormai sono in dirittura d’arrivo). 

La manina del mio cucciolo che spunta dalla fascia, a pochi giorni dalla sua nascita, oppure i suoi occhietti curiosi che si guardano intorno dal suo rifugio caldo: quando penso al portare ho queste immagini nella mia mente (oltre alle decine di splendidi tessuti, colori e fantasie che mi piacerebbe sperimentare…)

Sono immagini di grande bellezza, la bellezza di un bambino stretto al seno di sua madre…

 

del destino e della libertà

dona

La parola liberazione è quanto mai inadatta a ricordare una festa che , come si è già riflettuto su queste pagine, ha visto un paese passare da un  giogo ad un altro; un giogo piu’ subdolo ma altrettanto odioso e, a suo modo, violento.

Per dimenticare come la parola liberazione sia tanto spesso usata a sproposito, oggi vorrei riflettere sul testo di una canzone di tradizione ebraica, che venne tradotta in inglese e riproposta dalla corrente folk americana negli anni ’60 ( potete sentirla cantare dalla bella voce di joan Baez qui).

Trovo estremamente interessante e significativo che questa canzone, così poco banale ed autocommiseratoria,  sia stata scritta da un popolo che porta in sè la memoria di molte persecuzioni.

Come è ovvio alla psicanalisi, e , da sempre,  prima di essa, alle religioni – ma come troppo spesso si dimentica nell’analisi politica e sociale – qualsiasi dialettica carnefice-vittima presuppone un tacito (o , se preferiamo, inconscio) accordo fra le parti.  Prendere coscienza di questo “accordo” puo’ essere  tanto piu’ odioso quanto piu’ le sue radici sono rimosse e lontane nello spazio e nel tempo dalla nostra comprensione cosciente.  Il concetto di “destino” ( o di “karma” nella cultura orientale ) indica proprio l’ esplicarsi di una forza interiore che va oltre l’arbitrio razionale dell’uomo, sospingendolo  verso il concretizzarsi di quegli eventi (spesso autodistruttivi)  che, soli , possono comportare una necessaria trasformazione lungo il cammino per la ricerca del proprio Sè.

In questo senso il “destino” non è che l’ovvio percorso interiore che si snoda lentamente verso la luce:  qualsiasi evento , se perviene ad accadere, risponde ad un intimo arbitrio ed è necessario a compiere questo percorso di  individuazione . Ecco perchè il concetto di liberazione puo’ essere apprezzato appieno solo nell’ottica religiosa e spirituale dell’immortalità dell’anima e della possibilità di una redenzione oltre la vita fisica. Non esistono una giustizia o una libertà terrene: esistono solo vari gradi di schiavitù, vari gradi di ingiustizia, e noi abbiamo il dovere , in questa vita, di anelare al minor male possibile e di batterci per esso; ma non è tutto. E’ la nostra anima a dover volare libera nel cielo, e questa libertà interiore non puo’ essere concessa o revocata all’ uomo da un suo simile.

Ho tradotto per voi il testo di questa dolce canzone in versi che possano essere cantati sulla musica originale; potete trovare gli originali qui.

            DONA DONA                                                                                                                                           

Sul sentiero per il macello                                                                                                               Al mattino il fattore va                                                                                                                       Sul  suo carro piange il vitello                                                                                                         Che già sa cosa gli accadrà

Soffia forte il vento                                                                                                                             Con tutta la forza che ha,                                                                                                          Giorno e notte ride e di chi soffre non ha pietà

Dona, dona, dona, dona,
Dona, dona, dona, do,
Dona, dona, dona, dona,
Dona, dona, dona, do.

“Perchè piangi?” dice il fattore,                                                                                                    Non ho colpa per ciò che sei,
Su nel cielo guarda la rondine,
Perchè tu non sei come lei?”

Soffia forte il vento                                                                                                                       Con tutta la forza che ha ,                                                                                                         Giorno e notte ride e di chi soffre non ha pietà

Spesso l’uomo come il vitello
Senza opporsi al macello va
Ma chi vola come la rondine
Si conquista la libertà.

Soffia forte il vento                                                                                                                        Con tutta la forza che ha ,                                                                                                          Giorno e notte ride e di chi soffre non ha pietà.

placebo o non placebo

placeboNegli ultimi giorni ho assistito, sul web, ad una sistematica azione di discredito nei confronti della medicina omeopatica , portata avanti su piu’ fronti ( sarà telepatia? )

Questa opinione drasticamente e sarcasticamente critica, che apparentemente nasce spontanea dalla tastiera di vari bloggers ed opinionisti pseudo-scientifici , è probabilmente frutto di un lavoro di opinion-making molto piu’ omogeneo e coordinato di quanto non sembri al visitatore casuale. Ma questa annotazione fa parte di un altro, ben piu’ ampio argomento, di cui mi farà piacere trattare un’altra volta.

Personalmente, non sono mai stata particolarmente attratta dalla medicina omeopatica, e nella mia vita ne ho fatto un uso sporadico. Alcune volte ho avuto dei riscontri positivi, altri meno. In un singolo, drammatico caso si è rivelata notevolmente efficace. Tuttavia, questa è la mia esperienza personale, e -come è ovvio- ai fini dell’indagine scientifica non vale nulla. La preciso solo per scrupolo personale, e per chiarire che in sè l’argomento omeopatia non mi appassiona.

Quello che mi spinge ad intervenire nella “guerra all’omeopatia” di questi ultimi giorni non è quindi l’opinione di una affezionata cliente della multinazionale Boiron. So bene, ed anche i bambini sanno, che qualsiasi farmaco è business. D’altronde, questo modello di società ci insegna, fin da quando siamo in fasce, che è il business l’unico, giusto e santo motore del mondo; e , pur non trovandomi d’accordo con questa filosofia, non riesco a criticare Monsieur Boiron perchè vende “acqua fresca” piu’ di Mr. Merck che ha venduto il suo “scientifico” Vioxx per un bel pezzo e ucciso decine di migliaia di persone.

Innanzitutto, mi ha irritata la pretesa dei commentatori di parlare a nome della “comunità scientifica”, e addirittura -piu’ in generale- a nome di tutte le persone “razionali” e “di buon senso” (appellativi la cui vaghezza è estrema ). E’  evidente a chiunque voglia approfondire che l’ambiente scientifico stesso non è omogeneo nè conclusivo sul tema dell’omeopatia. Insomma,  la giuria è ancora al lavoro, e ci vogliono pochi minuti per trovare pubblicazioni mediche e scientifiche che rilevano un’efficacia dell’omeopatia diversa, e maggiore, di quella del placebo. (Un esempio o due. )

Ergo, dire che la scienza ha ampiamente screditato l’omeopatia è una falsità, enunciata nel classico stile del “debunking”: sparala grossa, sparala con prepotenza, e tanti penseranno che è VERA.

In mancanza di argomenti validi e concreti, si utilizza un’altra tecnica-cardine della disinformazione: si ridicolizza e si compatisce la fazione avversa, e si insiste sull’irrazionalità a priori delle premesse dei rimedi inventati da Hahnemann (la diluizione estrema dei preparati, la dinamizzazione dell’acqua ecc).  Se la verità di una teoria potesse basarsi sulla sua congenialità, non sarebbe mai stato possibile passare dalla teoria geocentrica a quella eliocentrica.   Ma per fortuna per una mente libera ed indagatrice non esiste nulla che sia a priori “ridicolo” o  “non vero” : un atteggiamento veramente “scientifico” presuppone una verifica fattuale dell’inefficacia del farmaco omeopatico; verifica che manca.

Da ultimo, trovo ridicolo, infantile e profondamente antiscientifico screditare un rimedio bollandolo come un “placebo”.  Ma perchè il placebo….non piace allo scienziato? La sua stessa esistenza dovrebbe essere motivo di riflessione per la scienza medica ufficiale.

Ad oggi, l’effetto placebo , che è in grado di indurre un reale miglioramento dello stato di salute in una notevole percentuale di pazienti, è largamente sottostimato nelle sue potenzialità. Eppure il perfezionamento dell’effetto placebo, che – si pensa – agisce a livello psichico attivando le capacità di autoguarigione dell’organismo  ( approfondimenti qui e qui )- è estremamente promettente, e lo studio del suo meccanismo potrebbe dare luce ad una medicina minimamente invasiva, priva di effetti collaterali.

Insomma, agli antipodi di quella attuale.  😉

Libertà per le gemelle (repost)

Un repost del 12 Maggio 2009 dal vecchio blog di Gradipo! Lo ri-pubblico dopo aver visto che finalmente se ne parla anche in Italia (qui).


braNon e’ politica.
 Uno studio medico e antropologico condotto da Sydney Singer e Soma Grismaijer nel 2004 ha esaminato oltre 4000 donne, rilevando che le donne che non indossano il reggiseno stanno meglio di salute. Per citare il dato piu’ illuminante, le donne che indossano il reggiseno 24 ore al giorno ( si’, pare che esistano! ) hanno un rischio di sviluppare  tumori al seno 125 volte piu’ alto delle donne che non lo indossano mai.

A quanto pare il reggiseno, specie se stretto, inibisce il corretto drenaggio linfatico dei tessuti. Questo  drenaggio e’ essenziale perche’ le cellule possano eliminare i prodotti di scarto e le tossine. Ne deriva un accumulo di sostanze tossiche nei tessuti.

Naturalmente tutti gli abiti stretti fanno male. Ma di tutti i tessuti il seno e’ uno dei piu’ a rischio, perche’ ricco di ghiandole e di vasi linfatici, ma anche di grasso: proprio il grasso corporeo e’ la destinazione finale della maggior parte delle pericolose  tossine ambientali .

questo link potete verificare come gli esperti di diagnosi e cura dei noduli fibrocistici al seno raccomandino di usare il reggiseno il meno possibile.

Il peggiore di tutti e’ il reggiseno col ferretto: il metallo in esso contenuto sarebbe colpevole di provocare una scorretta stimolazione dello stomaco e della cistifellea (qui i dettagli),oltre a fungere da antenna per le onde elettromagnetiche.

Veniamo ora alla parte interessante del post: le possibili contromisure.

-Abolire il reggiseno.

– Non comprare mai reggiseni troppo stretti.

– Comprare reggiseni senza ferretto.

– Togliere il ferretto dai vostri reggiseni e se proprio lo si sente indispensabile sostituirlo con una banda in plastica (un sito americano le vende qui, ma non ho idea dei costi di spedizione)

– Togliere il reggiseno non appena si arriva a casa. Cosi’ come i nostri mariti si levano la cravatta. Finiti i doveri sociali, tutti liberi di respirare!

Mio marito non ha mai usato la cravatta, ma io continuero’ ad usare il reggiseno fuori casa per vari, piu’ o meno ovvi, motivi. A casa pero’ non esiste motivo di rinunciare alla liberta’.

Chi ha il seno grosso obietta che stare senza reggiseno provoca dolore? Se cosi’ e’, e’ proprio a causa di una cronica infiammazione dei tessuti del seno: gli esperti di noduli fibrocistici promettono che il dolore sparira’ in pochi giorni, non appena i tessuti si saranno ossigenati.

L’ultima barriera da superare e’ quella della vanita’: non ci hanno sempre detto che stare senza reggiseno fa venire le tette cadenti? Ebbene, tutta l’informazione (empirica) che io abbia trovato in merito punta ad indicare che stare senza reggiseno non provoca affatto il seno cadente, ma al contrario favorisce una corretta postura della schiena, facendo lavorare i muscoli del busto. Inoltre la pelle, essendo libera di respirare, si tonifica e, nel tempo, si rilassa di meno. In barba ai pareri degli esperti.

E adesso non avete piu’ scuse!

insolito pensiero giallo

Come al solito, per la “Festa della Donna” si sprecano le banalità neo-e-vetero-femministe, ma quest’anno non vi annoierò deplorandole. mimosaChi, come me,  ne è arcistufa oggi puo’ dedicarsi ad una lettura utile e del tutto scevra dal vittimismo di categoria.
Vi parlo di una nostra gialla amica…. E’ la mimosa?

No!

E’ la spezia Curcuma.curcuma

La Curcuma è nota anche come “zafferano indiano”. Assai meno pregiata del nostro fiore, è anche meno indicata per fare il risotto. Miscelata invece ad altre spezie come cumino, chili e coriandolo compone e dà colore alla miscela del noto curry .

Come molte altre spezie la Curcuma è una vera e propria bomba nutrizionale, un concentrato di sostanze preziose per il nostro organismo, sostanze di cui le nostre diete sono sempre piu’ carenti e di cui il nostro corpo, sottoposto ad insulti quotidiani, ha sempre piu’ bisogno.

In particolare la Curcuma esplica una attività protettiva e curativa nei confronti del cancro, in special modo del cancro al seno. La curcumina , che induce l’ apoptosi (il “suicidio”) delle cellule cancerose, è attiva anche sui tumori piu’ aggressivi, che rispondono meno alle terapie convenzionali , e non interferisce con l’ efficacia delle altre cure.

Le voci ufficiali non si pronunciano ancora sulla curcumina, ma ci sono molti studi promettenti già pubblicati o in corso (svariati links in calce a questo post). Piu’ interessante per i profani è l’ illuminante testimonianza di questa donna inglese che, dopo la chirurgia,  ha scelto di cambiare radicalmente il suo stile di  vita, adottando una dieta speciale e sostituendo la terapia convenzionale per la prevenzione delle ricadute con un abbondante uso di curcuma.

Il modo migliore di assumere questa spezia?  A crudo o con leggera cottura, accompagnata da olio di oliva e pepe nero. Il medium oleoso e la piperina presente nella spezia piccante ne accentuano infatti la biodisponibilità.

…Avete bisogno di altri buoni motivi per usare la curcuma?

1.  E’ un antisettico naturale. Puo’ anche essere utilizzato su ustioni e ferite.
2. Disintossica il fegato
3. Previene l’insorgenza di moltissimi tipi di tumore
4.E’ un antinfiammatorio naturale
5. E’ un potente antiossidante.
6. E’ un analgesico naturale (utile anche per i crampi mestruali!).
7.Previene e rallenta il morbo di Alzheimer riducendo la placca amiloide nel cervello
8. E’ famosa nella medicina cinese come trattamento antidepressivo.
9. Migliora il metabolismo dei grassi e favorisce la perdita di peso
10. Impedisce la crescita di vasi sanguigni nei tumori
11.Favorisce la rigenerazione epiteliale: è un trattamento di bellezza dall’interno                                    12. E’ utile nel trattamento della psoriasi e di altre condizioni infiammatorie della pelle.

Info

Sano e…Forte! (repost)

A grande richiesta, dedicato agli iscritti del ns gruppo  “Laboratorio di Salute Responsabile , un utilissimo repost dal vecchio blog Gradipo.

 

cayennepIn erboristeria il peperoncino (in particolare la varieta’ Cayenne) e’ considerato il re delle erbe medicinali. Il suo principio attivo, la Capsaicina, ha grandi proprietà analgesiche, antinfiammatorie ed antiossidanti.

E’ un vero e proprio farmaco naturale, di gran lunga piu’ valido ed efficace di molti medicinali “veri”.

Cospargendo le ferite con la polvere di peperoncino, ad esempio, se ne ottiene la disinfezione, l’immediata cessazione del sanguinamento ed una rapida e completa guarigione, senza cicatrici. Contrariamente a cio’ che ci si potrebbe aspettare, il peperoncino non brucia affatto sulle ferite.

Il peperoncino , ricco di Vitamina A, Vitamina C e Vitamina B6, e’ molto utile per rinforzare le difese dell’organismo in caso di raffreddore, influenza ed affezioni respiratorie. Aiuta nel combattere le infezioni di ogni tipo, è antinfiammatorio e potenzia l’effetto delle erbe medicinali a cui viene associato.

Il peperoncino e’ infatti uno stimolante potentissimo di tutte le normali funzionalita’ dell’organismo: favorisce la digestione,l’ ossigenazione del sangue e di tutti i tessuti, la regolazione della pressione, l’ espulsione delle tossine e molto altro ancora, come potete leggere a questo generico link in italiano

E’ un toccasana per l’apparato cardiovascolare, e preso tempestivamente ha salvato piu’ di una persona colpita dall’ictus o dall’attacco cardiaco !

Il peperoncino e‘ veramente un farmaco salvavita, che sarebbe bene portare sempre con se’.

Per gli usi ed i dosaggi nelle emergenze, e per una ricetta casalinga di tintura di peperoncino, vedere questo prezioso link.

Per essere efficace il peperoncino va assunto per bocca e non in capsule! La mucosa della bocca infatti e’ responsabile di buona parte dell’assorbimento dei suoi preziosi nutrienti, e prepara lo stomaco allo “shock”. Puo’ essere bene iniziare a prenderlo ai pasti e in piccole dosi se non si e’ abituati! Per meglio sopportarne gli effetti, e’ utile ricordare che il peperoncino, anche quando e’ cosi’ forte da provocare lacrimazione, sudore e starnuti, non ha mai effetto ustionante, e non danneggia i tessuti:  il suo bruciore non rappresenta mai un pericolo per l’organismo, ma e’ soltanto un sintomo dell’aumento della circolazione periferica del sangue.

Piu’ e’ forte, e piu’ fa bene! Mezzo cucchiaino tre volte al giorno, sciolto in una tazza di acqua calda, con un po’ di miele e di succo di limone, mantiene in ottima salute.

c’è grasso e grasso

Quando veniamo al mondo nel nostro corpo è presente una notevole quantità di grasso bruno.

fat_baby

Diversamente dal grasso bianco, che è dannoso alla salute, il grasso bruno possiede interessantissime qualità salutari. Le sue cellule sono ricchissime di mitocondri e favoriscono la regolazione della temperatura corporea: in sostanza, grazie al grasso bruno il corpo è in grado di proteggersi dal freddo generando calore anche senza ricorrere al movimento. 

La presenza di una buona percentuale di grasso bruno è garanzia di efficienza metabolica e di salute generale. Aumentando questa percentuale e’ anche possibile perdere peso senza seguire alcuna dieta. Ma come si fa ad accrescere il numero di questi preziosi adipociti?

Innanzitutto, è necessario coprirsi il meno possibile. Non sto consigliando di prendere freddo, ma soltanto di abbigliarsi quel tanto che basta a proteggersi dalle basse temperature senza stare “al calduccio” . Il freddo deve solleticarci e farci venire voglia di muoverci! Se questo non succede, significa che siamo troppo coperti.

Un metodo efficacissimo per aumentare il grasso bruno è la doccia fredda, che deve essere effettuata a stomaco vuoto, durare almeno 30 secondi ed essere concentrata su schiena, spalle e collo -le zone nelle quali il nostro corpo produce e stocca queste cellule adipose.

Un altro metodo, un po’ meno drastico ma comunque efficace, è il bagno derivativo (piu’ info qui)

Nelle culture tradizionali è un uso frequente il bagno ghiacciato (come il nostro “Cimento” invernale) che spesso assume un carattere rituale e quasi iniziatico.

In conclusione, una sapiente e frequente esposizione al freddo è un caposaldo della nostra salute. E per i piccini? Vale lo stesso, naturalmente. Siete convinti che far prendere freddo al proprio bimbo sia una delle cose peggiori che un genitore possa permettere? E allora guardate qui!

Un vero amico in cucina (repost)

Crock Pot, altrimenti detto Slow Cooker. Ecco un acquisto che non si rimpiange.

Dopo aver istigato all’acquisto la mia amica Cristina, ripesco questo post dall’archivio del fu-blog Gradipo, e lo consiglio anche a voi di tutto cuore!

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Un crockpot e’ una pentola elettrica.

Introvabile in Italia, ma comunissimo nei paesi anglosassoni, il crockpot ( altrimenti detto slow cooker) e’ un oggetto veramente utile soprattutto per chi ha poco tempo per cucinare: per le mamme di bambini piccoli e/ o con famiglie numerose il crockpot e’ una vera benedizione!

Concettualmente e’ il contrario della pentola a pressione, sulla quale ha piu’ di un margine competitivo. Non e’ pericoloso, cuoce in modo molto sano; piatti come stufati di carne o verdura riescono perfettamente e data la bassa temperatura i risultati sono eccezionali per sapore e consistenza. I tempi di cottura non sono cruciali, e dimenticarsi di averlo acceso e’ il modo migliore per avere ottimi risultati.

Si compone di tre parti:

Una pentola in ceramica,

Una base in alluminio che si collega alla corrente tramite una presa elettrica,

Un coperchio, in genere di vetro, che permette di controllare quello che succede dentro.

E’ praticamente impossibile bruciare qualcosa in un crockpot. Si puo’ programmare a diverse temperature ( il mio ha alta, bassa e la funzione “warm” per tenere in caldo) . Potete mettere su lo stufato ed uscire per una bella gita; tornerete a casa la sera ed aprendo la porta vi accoglierà il profumo di un pasto caldo. Potete anche andarvene a dormire lasciando la fagiolata a stufare…in questo caso farete colazione un po’ straniti dall’odore della zuppa, ma a mezzogiorno sarete grati alla magica pentola.

Il funzionamento e’ a prova di idiota. Si riempie, si collega alla corrente, e si abbandona fiduciosamente per un tempo lunghissimo . La quantita’ di acqua necessaria e’ di molto inferiore a quella utilizzata con la cottura su fornello, perche’ l’evaporazione e’ minima.

E’ l’ideale per cuocere i legumi, per fare il brodo, per cuocere il riso .
Ci lascio i legumi per 8 ore, il brodo per 24 ore, il riso integrale per 2 ore .

Piu’ info tecniche qui.

Sul web sono reperibili moltissime ricette gratuite per chi non ha esperienza. Il crockpot , fino a poco tempo fa reperibile solo oltremanica, si puo’ trovare in vendita anche su vari siti di vendita online qui in Italia. Il mio fu acquistato e spedito da un amico inglese, e cosi’ mi tocco’ di cambiare la spina inglese con una italiana:  l’uomo di casa lo ha fatto ben volentieri, sapendo che sarebbe stato ricompensato della sua buona volonta’ per molti anni a venire… E cosi’ è stato, ed è ancora.