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nel Blu dipinto di Blu

food dye spill  I coloranti alimentari sono da tanto tempo sotto accusa per la loro fondamentale inutilità a fronte di ovvi svantaggi per la salute: in altre parole, il loro rapporto rischio-beneficio è troppo alto.  E nota la loro relazione con i disturbi di attenzione ed iperattività nei bambini ; alcuni di essi sono sospetti cancerogeni o implicati in reazioni allergiche. (vedi qui ). Tuttavia, si teme che le caramelle senza colore appaiano insipide, e per prendere due piccioni con una fava ( laddove  la fava è il confettino colorato, ed i piccioni sono la mamma e il suo bambino ),  molta industria alimentare si sta convertendo all’utilizzo di coloranti naturali quali barbabietola, spirulina, curcumina.

Questo è senz’altro il male minore, per carità ; tuttavia è bene controllare sempre ed attentamente le etichette, perchè la maggioranza dell industria continua a produrre utilizzando i coloranti chimici convenzionali, che si trovano anche in bibite gassate , decorazioni in pasta di zucchero per il frivolo cake design, leccalecca prodigiosi che promettono di tingere la lingua di verde o di azzurro; e sicuramente in ulteriori categorie che sul momento mi sfuggono.

In particolare mi colpisce la sorte infausta  del colorante-disinfettante azzurro Blu di Metilene. Quando ero bambina questa sostanza chimica era largamente impiegata dall industria alimentare e farmaceutica, e le caramelline velenose, che la mamma mi raccomandava di evitare,  erano quelle con il rosso cocciniglia (alias E122, il colorante che non piace ai vegani, anche se oggigiorno è largamente sintetico e probabilmente assai piu dannoso).

I confetti azzurri del battesimo, cosi come il famoso gelato al “puffo”, erano fatti con qualche goccia del medicinale , facilmente reperibile anche in farmacia per svariati utilizzi, soprattutto pennellature in gola e disinfezione delle vie urinarie. A quest’ultimo scopo era venduto anche in economici confetti blu , utili al trattamento della cistite. Il farmaco agiva come blando antisettico , e faceva fare la pipi’ azzurra 🙂 .

Nei primi anni 2000, con l’avvento delle normative europee , il Blu di Metilene in confetti è diventato irreperibile in farmacia , lasciando il paziente con una banale cistite in balia di farmaci ben piu aggressivi . Tuttavia , ho recentemente scoperto che è attualmente possibile ottenerlo come preparazione galenica: info qui. In caso di lievi o moderati fastidi urinari è un trattamento sicuro ed  efficace.

Ad uso alimentare, purtroppo, ad eccezione dei virtuosi industriali che si sono convertiti all’alga spirulina abbiamo invece i tossici Verdi e Blu   dai quali, leciti o no, è meglio stare alla larga.  A quanto pare, infatti, spesso le leggi sulla sicurezza alimentare vanno nella direzione sbagliata, che è quella del lassismo piuttosto che del principio di precauzione Cui prodest ? 😉 

l’alveare

alveare.jpgAll’attraversamento pedonale con semaforo, un uomo disabile impiega tutto il tempo del “verde” per attraversare la prima corsia. Poi il semaforo ridiventa rosso, le macchine partono; lui si ferma lì ed aspetta che il semaforo, calibrato sulla funzionalità ottimale di un essere umano perfettamente sano e disposto, torni a dargli la precedenza. Lui è certamente abituato a questi insulti quotidiani, che sono la sua normalità. E a me piace pensare che se al posto di quel semaforo vi fosse stato, come ai vecchi tempi, un vigile, forse le cose sarebbero andate diversamente ( seppure fra i commenti a denti stretti di qualche automobilista nervoso, già in ritardo per il lavoro).
La spersonalizzazione e l’automazione del lavoro presuppongono e predispongono una umanità-alveare, perfettamente in linea con la teoria (più filosofica che scientifica ) della “selezione naturale”. Il meccanismo che elimina il soggetto inadeguato non è buono ne cattivo, semplicemente è. Come la natura matrigna, il semaforo non ha cuore nè cervello, non prova compassione, non decide ma esegue impassibilmente ciò che è stato programmato per fare. Rosso. Verde. Beep, beep, beep, beep.  Arancio, affrettati! Beep, beep. Rosso.

E’ ovvio, non ho nulla contro i semafori. Sono una invenzione comoda che permette di licenziare un operatore del traffico ( con buona pace di sua moglie e dei suoi figli, ma questa è un’altra storia).  Tuttavia è un fatto incontrovertibile: piu’ la macchina assomiglia all’uomo, e si sostituisce ad esso, piu’ l’uomo va assomigliando alla macchina.

A differenza delle leggi naturali , il semaforo è stato reso operativo dalla società umana. Attraverso la decisione del più primitivo dei robot il soggetto diventa incapace di decidere per sè: l’automobilista non è piu libero di scegliere se perdere trenta secondi del suo tempo perchè  un uomo zoppo o una vecchia signora col bastone possano  attraversare dignitosamente. E’ scattato il rosso, e tutti partono sull’attenti; se anche il capofila avesse un rigurgito di umanità , dovrebbe subire i clacson delle auto che gli stanno dietro, e del resto non avrebbe certamente il potere di fermare le moto che sfrecciano sorpassandolo.

Quindi vediamo che in questo banalissimo caso il robot-semaforo si sostituisce alla coscienza umana deliberando per lei; soffoca la coscienza suddetta qualora dovesse produrre un moto di compassione verso il proprio simile; costringe l’individuo ad allinearsi, al contempo sollevandolo da ogni responsabilità in nome di un meccanismo al quale è indispensabile aderire. Osserviamo uno scollamento fra ciò che è lecito (o persino obbligatorio ) e ciò che è giusto, ed è precisamente quello scollamento in cui, in una società sana, si inserisce il cuneo della disobbedienza civile.

Ma la disobbedienza civile presupporrebbe fra gli uomini un tipo di comunicazione libera dagli schemi , diretta e genuina di cui , nell’era delle nozze fra social network e pensiero unico,  si sente la  profonda mancanza.  Nella società-alveare chi agisce unicamente secondo la propria coscienza e guidato dall’amore per i propri simili , ma  infrangendo le leggi , viene tacciato di individualismo, mentre chi segue pedissequamente le normative a discapito di qualsiasi umanità , firmando sfratti o finanche condanne a morte, è considerato un buon funzionario .

Contemporaneamente e coerentemente, a livello non troppo teorico, si discute dello stesso diritto di esistere di individui non perfettamente sani, non assimilabili dal meccanismo con esattezza. La loro esistenza è riconosciuta come un danno sociale : rallentano gli ingranaggi, richiedono aggiustamenti e spese aggiuntive, toccano fastidiosamente le coscienze degli individui integrati rischiando ogni volta di pregiudicarne l’efficienza; e poichè non solo la solita natura matrigna, ma anche il  feroce meccanismo che gli uomini hanno posto in essere li sottopone a continue offese e frustrazioni, esiste motivo di supporre che la loro non sia una vita degna di essere vissuta. Per questo l’alveare li invita al sacrificio: prima attraverso la mano pietosa  dell’eugenetica,  poi attraverso l ‘eutanasia , per la quale non esiste ancora adeguata  e condivisa normativa – ma, ne siamo certi, verrà; e con essa verrà la meccanizzazione che dà pace alle coscienze . E allora ci basterà sapere che a programmare la mano del primo robot è stato un pensiero umano sgorgato dalla compassione.

Quello che ancora non mi è del tutto chiaro è quale trattamento sarà riservato a chi non si riconosce nell’alveare, e non se sente rappresentato. A chi, pur avendo le risorse per esserne un membro irreprensibile, non riesce a tacitare la propria coscienza. Sarà tollerato? Dimenticato? Abbandonato a se stesso? Perseguito? Obbligato ad accettare una cura per il suo male?

Solo il tempo potrà raccontarlo a chi ancora avrà un cuore per ascoltare.

 

 

 

fertility day, l’errore inconcepibile

conception

La campagna governativa per la promozione della fertilità nazionale è stata un clamoroso autogol.  In poche ore lo sdegno ha invaso il web e la stampa,  financo quella internazionale,  mettendo trasversalmente d’accordo,  per la sciocca crudezza degli slogan scelti e per la grafica imbarazzante,  ogni opinionista d’Italia  .

Davvero non si parla d’altro,  nelle ultime ore, fra battute di spirito,  crociate femministe  e minacce mortali alla ministra, il cui humour sinistro ricorda quello di Maria Antonietta di Francia quando propose la colazione al popolo di Parigi.  Se infatti il messaggio viene recepito dalle coppie infertili come una crudele mortificazione , non trova certo maggior favore presso le coppie con figli o che vorrebbero averne. Alle loro orecchie suona infatti, stanti le attuali condizioni sociali, economiche, politiche, ambientali italiane, come la proverbiale beffa a coronare il danno.  

Fare (altri) figli?  E come?  Mancano i servizi fondamentali all’infanzia ,  mancano le garanzie di welfare e lavorative,  mancano banalmente i denari  in un sistema in cui sempre di più tutto si paga e lo stato è sempre meno presente,  se non per battere cassa.

  (qui a Genova manca anche un parco giochi pulito e curato,  ma questa è un’altra storia).

I commenti spietati dei cittadini sulla ministra Lorenzin e sulle scelte infelici del suo team di pubblicitari si susseguono come raffiche di mitra e fra di essi uno mi  colpisce.  Non ne ricordo l’autore è non posso citarlo direttamente,  ma diceva grosso modo così :

 Possibile che fra tutto l entourage della ministra,  in tutto il gruppo di professionisti di comunicazione che ha ideato nei dettagli la campagna,  fra tutti coloro che hanno avuto sotto mano una anteprima del volantino degli orrori, non  si sia alzata una voce perplessa?  Che non vi sia stato un utile idiota che abbia saputo alzarsi,  schiarire la voce e tratteggiare la possibilità che questa boutade potesse finir male?

Già , tutti stupidi. Sembra davvero uno scherzo; e se lo fosse?  Se veramente lo scopo di questa pubblicità progresso in salsa ventennio fosse quello a cui abbiamo assistito?  Un’onda di rivendicazione sul profilo ideologico (l’utero è mio ecc ecc),  e migliaia di genitori che elencano pubblicamente le gravi difficoltà pratiche ed economiche del crescere un figlio nel contesto attuale ; insomma una vera picconata nelle gonadi del popolo italiano,  gonadi già messe a dura prova da anni di abusi,  di scempi ambientali, di   ideologie contrarie alla riproduzione,  (dalla “sindrome di Peter pan”  al radicale, subdolo appiattimento dell identità sessuale  maschile e femminile,  su tutti i livelli).

Se sembra troppo contorto,  troppo dietrologico, domandiamoci come mai sulle testate che esprimono una “sinistra liberale” non molto lontana da quella al governo del paese  si pubblichino, abitualmente e da tempo,  articoli come questo. E’ forse schizofrenia?Su una torta pronta da anni,  farcita e glassata,  davvero questa ciliegina sarebbe stata messa per errore? Io stento a crederlo.  

Un ministero non investe centinaia di migliaia di euro in una iniziativa di cui chiunque poteva prevedere il clamoroso flop.  Preferisco pensare che si tratti di una abile mossa di scacchi.  Attraverso lo scivolone del fantoccio di turno ed il polverone che ne segue , i media veicolano un messaggio ben diverso da quello del volantino:  “Da ieri, cari italiani, la riproduzione casalinga è diventata vecchia. E’ diventata un dovere imposto dal governo,  un piacere da fare alla ministra, forse addirittura un castigo,  come pagare le tasse. Solo una politica vecchia e lontana dalle esigenze popolari puo’ difenderla. La verità è che avere figli oggi,  in Italia  (o anche solo provare ad averne)  è una esperienza drammatica e mortificante,  nella quale non sarete sostenuti in alcun modo (seguono testimonianze). Riprodursi è un anacronistico atto di sottomissione, significa mettere i vostri corpi al servizio della nazione”.

Si noti il modo grossolano in cui la pubblicità del fertility day  fa coincidere la riproduzione con l’obbedienza.  Ormai molte persone ben informate conoscono i meccanismi di manipolazione mediatica per i quali il modo migliore per esercitare una profonda,  duratura influenza su una popolazione è orchestrare un movimento di (falsa) dissidenza .  Un chiaro esempio di questo principio all’opera sono le  cosiddette “rivoluzioni colorate cui abbiamo assistito negli ultimi decenni in molti paesi non allineati , ma le stesse strategie vengono messe in opera per manipolare l’opinione pubblica sulle questioni piu’ svariate.

Oggi, nel mondo,  le peggiori istanze repressive vengono portate avanti non solo con il consenso popolare, ma proprio per mezzo di esso. Se un popolo è disposto a lottare per i suoi “diritti”, piuttosto che contrastare questo slancio con la forza, si sceglie di influenzarne abilmente le opinioni. Attraverso un capillare lavoro mediatico e culturale si giunge al rovesciamento della percezione dei diritti e dei doveri. In questo modo ciascun individuo lotta inconsapevolmente contro il suo stesso interesse.

Se oggi fare figli diventa un dovere, chi mai vorrà piu’ rivendicarlo come un diritto?

Questa manipolazione è subdola. L’unico mezzo per difendersene è essere accorti, evitare di reagire istintivamente alle provocazioni e ragionare sui fatti.   Il governo italiano non ha alcun bisogno di incoraggiare la popolazione autoctona  a procreare.  Di fatto,  è vero il contrario.  Da anni le politiche sociali in tal senso sono scoraggianti,  e le operazioni culturali volte a screditare la riproduzione lo sono ancora di più.  La previdenza sociale si sposta rapidamente verso il privato. La disoccupazione è alle stelle. Il welfare mostra segni di un imminente cedimento sotto al peso di una immigrazione sapientemente incontrollata.  Tutto intorno a noi ci dice che il governo italiano non ha bisogno di piccoli balilla.  Il resto è propaganda.

empatia a orologeria

empathy

Da qualche anno a questa parte, da quando si è diffusa la filosofia  (che a volte degenera in ideologia) dell’Attachment Parenting, la parola empatia è sulla bocca di tutti i genitori progressisti.

Mi va di ricordare che l’ empatia (qui su Wikipedia) è “l’attitudine a offrire la propria attenzione per un’altra persona, mettendo da parte le preoccupazioni e i pensieri personali. La qualità della relazione si basa sull’ascolto non valutativo e si concentra sulla comprensione dei sentimenti e bisogni fondamentali dell’altro” .

Si tratta senza dubbio di una qualità umana fondamentale, che ha senso coltivare consapevolmente affinandola giorno per giorno. La capacità di mettersi autenticamente nei panni dell’altro ci regala una esperienza di comunicazione che va ben oltre la comprensione dell’ espressione verbale prodotta da un nostro simile.

Empatia , direbbe la quantistica, è entrare in risonanza con un altro; con le sue emozioni, con il suo personale percorso, mettendo da parte giudizi di carattere morale e personale. Empatia è mettere da parte la propria opinione sulle scelte di qualcuno, per poterlo ascoltare pienamente, per cio’ che si trova ad essere in quel momento.

Ma perchè sospendere il giudizio?

Filosoficamente  potremmo dire che ciascuno di noi compie le proprie scelte con libero arbitrio, eppure, al tempo stesso, per necessità. Il nostro libero arbitrio è infatti sempre la risultante della invisibile  catena di esperienze, di fattori,  di forze causali che hanno agito su di noi dal nostro primo vagito fino al momento in cui prendiamo quella strada, quella decisione. Per questo la nostra libertà è sempre monca; non è una libertà ideale, una libertà pura . Non potrebbe esserlo nemmeno in un mondo quasi perfetto, e a maggior ragione non lo è minimamente in una società che abitualmente offende la vita dei suoi membri con ogni sorta di vilipendio, morale e materiale.

Per questo motivo molti esseri umani non fanno buon uso della propria libertà e fanno scelte controproducenti, sfortunate, incomplete; in una parola : sbagliate. Sbagliate non già e non tanto per principio ma innanzitutto perchè nascono da premesse distorte e conducono su lidi peggiori di quelli di partenza.

Naturalmente è molto piu’  facile accorgersi degli errori e dei limiti altrui, piuttosto che dei propri; non ci è possibile vederci con gli occhi di un osservatore esterno. Proprio la ricerca di una prospettiva oggettiva sui fatti che ci riguardano  è una delle ragioni che ci spinge a cercare il confronto di altre persone, e a volte anche il loro consiglio. Come genitori, in particolare, cerchiamo l’appoggio di individui con figli, che speriamo possano meglio indovinare le nostre preoccupazioni, i nostri sbagli, le nostre incertezze, e magari offrirci , quando non uno spunto illuminante, almeno una solida comprensione che ci rafforzi nei nostri slanci migliori.

Mi capita però spesso di notare ( in particolare su forum e gruppi di discussione genitoriali, dove l’anonimato permette alle persone di esprimersi con maggior sincerità e ferocia; ma anche nella vita reale )  come questo genere di confronto  sia tristemente insoddisfacente. E’ molto frequente che il genitore in difficoltà non riceva nessun tipo di appoggio morale ; che sia aggredito da commenti poco gentili, quando non da giudizi; che si ritrovi suo malgrado a scivolare in una sorta di gogna in cui un’orda di genitori “empatici”si scaglia, forte del sovrannumero, su un individuo solo.

L’autentica empatia, pur non avendo nulla a che fare con l’indulgenza,  è un balsamo per un’ anima sofferente . E’ quantomeno paradossale che diventi essa stessa discrimine di giudizio, laddove un genitore “non empatico” viene additato e deprecato dagli “empatici ” di turno.

Purtroppo non esiste una linea rossa che divida il bambino dall’adulto, e non sono pochi gli adulti che rimangono, in molte aree, del tutto bambini: ancora spaventati, ancora tormentati, ancora troppo suscettibili ai giudizi altrui. Saper riconoscere il bambino negli altri ci aiuta anche a  tenere a freno il bambino in noi, e ad evitare di renderci partecipi di spiacevoli atti di bullismo adulto .

Certo, è senz’altro piu’ facile essere empatici con un bambino (specialmente se è il proprio 😉 ) che con un adulto semi-sconosciuto, un po’ confuso e magari un po’ antipatico ; tuttavia non dovremmo dimenticare che una attitudine empatica non è un lavoro da svolgersi  “a ore”con i propri figli, e da cui staccare timbrando il cartellino, per poi scaricare tutti i propri livori sul primo adulto “sbagliato” che ci capita a tiro (fosse anche il partner! ). Un autentico slancio di comprensione umana verso chi è  altro da noi è un tratto che, una volta sviluppatosi, si estende almeno un poco ad ogni nostro simile, per deprecabili che possano sembrarci le sue parole e le sue azioni.  La persona empatica sa relazionarsi in modo costruttivo, altruistico, non-violento con il prossimo, sia che si tratti del vicino di casa fastidioso, della moglie nervosa, dello sconosciuto impaziente in coda ad un ufficio, o del proprio bambino quando ne combina una delle sue.

Quando invece l’ascolto attento e la sospensione del giudizio diventano chicche riservate alle nostre creature predilette, siamo nell’ambito di una premura personale , familiare, viscerale. Un fatto privato, insomma.  E non è davvero il caso di scomodare la parola empatia per vantarsene.

Mio piccolo Mio

 

MioMinMio La scrittrice Astrid Lindgren è certamente molto più nota per Pippi Calzelunghe che per qualsiasi altra sua opera letteraria.  Tuttavia la scrittrice nordica vanta una produzione, ingiustamente trascurata,  ben più ampia e interessante e di maggior spessore formativo rispetto alla divertente,  dissacrante ma leggera storia di Pippi.
È da tempo che penso a recensire alcuni suoi libri, e voglio iniziare con “Mio piccolo Mio”, un libro bellissimo, facilmente reperibile a poco prezzo o nelle biblioteche per ragazzi, che non gode del posto d’onore che meriterebbe fra i classici dell’infanzia .
Il racconto si apre con quello che di primo acchito appare, stranamente,  come un finale : la fuga fantastica del bambino protagonista da una realtà di ordinaria tristezza , rischiarata da pochi volti e luoghi cari , che appaiono come tocchi di colore in un quadro grigio,  verso  un mondo allegorico  al di fuori dello spazio e dal tempo terrestri .  Il “Paese Lontano” non è un luogo geografico, nè immaginario, ma piuttosto la trasfigurazione del mondo reale. In esso i ricordi del bambino trovano un nuovo posto , e le persone da lui amate nella sua vita precedente diventano altri personaggi, noti e nuovi al tempo stesso.

Ma questa fuga  non è una fine, bensì  l’inizio di un percorso iniziatico e di redenzione,
attraverso il quale il bambino Mio si troverà ad affrontare e sconfiggere l’apparenza del male .

Mio scopre improvvisamente , da figlio di nessuno che era,  di essere figlio di Re . La figura del padre, mai conosciuto dall’orfanello , quindi ritrovato e da subito vissuto come profondissima,  autentica radice di ogni affetto e accettazione di sé, è simbolo dell’amore perfetto, assoluto, incondizionato .   Nel Re suo padre Mio si perde  subito , senza alcuna esitazione, e si ritrova con un profondo senso di appartenenza  ; viene in mente  C.S.Lewis , secondo il quale chiunque incontri Dio non dice mai: “Chi sei Tu?”, ma: “Eri Tu dunque, per tutto il tempo?”

E questo è un libro di profondo significato religioso, non certo in senso stretto, ma nel senso più vasto del termine;  la domanda che il piccolo eroe si pone più volte attraverso le sue vicissitudini: “Come ha potuto mio padre,che tanto mi ama, volere che io affrontassi questo? “ È in fondo la medesima , umanissima , antica domanda  dell’uomo che , messo di fronte al calice piu amaro, cerca di spiegarsi il  dolore al cospetto di Dio.
La figura del misterioso cavalier Kato, il nemico il cui cuore di pietra è una condanna , è un perfetto esempio di cattivo: dal latino captivus,  prigioniero del male . Tutto cio’ che lo circonda , incluse le sue guardie, brulicanti e numerose come formiche, è tanto spaventoso e insensatamente malvagio quanto effimero, e  si dissolve in un secondo in una memorabile scena che ricorda piu’ la liberazione al risveglio da un incubo che una vittoria sul nemico.

I temi della predestinazione e dell’arbitrio si intrecciano in una trama che a tratti richiama le mitologie nordiche e in generale ricalca la struttura tradizionale della fiaba, con la ciclica ripetizione delle circostanze e degli avvenimenti; come  le numerose minacce sventate attraverso eventi miracolosi, sottolineati sempre dalla stessa formula. Questa struttura lo rende adatto alla narrazione da parte dell’adulto , e puo’ essere proposto come ascolto dai 6-7 anni, mentre come lettura autonoma, poichè abbastanza impegnativo, è più indicato per i ragazzi dagli 8 anni in su.
Lo stile è semplice ma genuinamente poetico; il lessico ricco e  stimolante; la lettura scorrevole nonostante la presenza di numerose descrizioni.  Queste ultime riescono anzi straordinariamente evocative e favoriscono un ascolto contemplativo da parte del bambino.
È un libro che parla con la medesima forza al cuore di adulti e bambini , attraverso un racconto vivido narrato  in prima persona, in cui  la contemplazione della natura,  la forza della propria virtù, il valore dell’ amicizia e del puro amore si stagliano come stelle contro il cielo,  altrimenti così buio, della solitudine umana.
Nel lieto finale ritorna per il lettore adulto l’amarezza di una interpretazione che  “spieghi” razionalmente ciò che è accaduto al piccolo protagonista (per il mondo reale scomparso, o forse morto? ) ; inquietudine che però si stempera nella dolcezza del racconto. Essa  testimonia in modo indubitabile che persino sotto alla piu’ dura, crudele, triste, inesorabile superficie delle cose non c’è altro che Amore.spie

 

 

i segreti dello zucchero

sugar

Che lo zucchero faccia male non è una novità.

In natura gli alimenti dolci concentrati sono pochissimi; la frutta bilancia il contenuto in fruttosio con tanta acqua, vitamine, minerali e fibra; i frutti altamente zuccherini sono soggetti ad una breve stagionalità ; il miele è difficile da raggiungere e ben protetto  dalle sue custodi, e l’orso, che ne è ghiotto , è l’unico animale a soffrire di carie ( soprattutto quando esagera ).

Negli ultimi anni si è diffusa una certa mole di informazione volta a ridurre l’uso e l’abuso di zucchero, sensibilizzando i consumatori , motivandoli a leggere le etichette di prodotti insospettabili alla ricerca di  additivi , coloranti e zuccheri nascosti. Tuttavia mi sembra importante chiarire alcuni punti sui quali ancora si crea, e si subisce, una certa confusione.

La dicitura ” zucchero di canna” non ci dice assolutamente nulla sulla raffinazione del prodotto. “Zucchero di canna” significa  soltanto “estratto dalla canna da zucchero” anzichè dalla comune (ed italianissima) barbabietola. Il processo di lavorazione è del tutto simile e il risultato, chimicamente, lo stesso: saccarosio puro, senza alcuna traccia dei minerali presenti nella materia prima . Quindi quello che troviamo in etichetta come “zucchero di canna” è semplicemente “zucchero raffinato” (percio’ bianco) proveniente da paesi in cui si coltiva e si lavora la canna da zucchero  (non esattamente a km 0!)

La dicitura “sciroppo di glucosio-fruttosio” oppure “fruttosio“si riferisce ad uno zucchero di sintesi chimica che , sebbene il nome richiami quello della frutta, è assai piu dannoso per l’organismo umano  del comune zucchero bianco da tavola. Gli effetti del fruttosio sul metabolismo sono simili a quelli dell’alcool. Siamo quindi di fronte ad un prodotto che sovraccarica il fegato, promuove l’obesità e ha gravi conseguenze – come la Sindrome metabolica, ad esempio.

In etichetta troviamo poi, piuttosto raramente, lo zucchero grezzo di canna; qui è piuttosto difficile stabilire di che prodotto si tratti con precisione, anche se verosimilmente si tratta, nella stragrande maggioranza dei casi, di zucchero bianco cristallino, prima estratto dalla canna in maniera convenzionale, e successivamente colorato con caramello  : lo stesso zucchero “biondo” in cristalli che ci viene offerto al bar come alternativa allo zucchero bianco, ma che di fatto non ha un margine apprezzabile su di esso.

Il consumatore più coscienzioso si orienta, per i suoi dessert, su zucchero integrale di canna ottenuto per spremitura ed essiccazione del succo di canna da zucchero. E’ il caso degli zuccheri “turbinado” o “muscovado” (presenti in Italia con altri nomi commerciali a seconda del produttore). Questi zuccheri , praticamente introvabili nei prodotti industriali, ancorchè biologici o integrali, sono piu’ ricchi di fibra e minerali rispetto allo zucchero bianco (basta un’occhiata per accorgersene). Attenzione pero’: la qualità del prodotto è importante. Ci sono ditte che per loro stessa ammissione (mi sono premurata di contattarne una via email per chiedere chiarimenti)  spacciano per “zucchero integrale” uno zucchero cristallino finissimo (il cosiddetto caster sugar ) addizionato di melassa. Diffidate quindi da un prodotto troppo liscio ed omogeneo, preferendo gli zuccheri grumosi e scuri, che si sposano ottimamente con l’aroma di caffè e cacao e sono ottimi per biscotti e crostate.  Per il loro aroma intenso non sono invece molto adatti a torte “bianche” come pan di spagna, torte margherite etc,  in creme e budini alla vaniglia , in dolci delicati, agrumati etc.  Per le torte bianche  non resta che utilizzare lo zucchero  cristallino di canna, naturalmente biologico (il che permette di evitare, quantomeno, gli sbiancanti chimici ed altri additivi) , oppure…cambiare ricetta e fare un’altro dolce  –  opzione consigliata 😉   Per la produzione casalinga di creme alla vaniglia e budini invece, volendo evitare lo zucchero raffinato,  è meglio preferire il miele di acacia per il suo sapore delicato. Il miele non è però adatto alla cottura in forno , perchè si degrada troppo facilmente.

Raccolte le debite informazioni e prese le dovute precauzioni non rimane che ricordare che consumare  cibi zuccherati non dovrebbe essere una abitudine troppo frequente (certamente non quotidiana!)…e precisare che i dolcificanti di sintesi chimica (inclusi i “pseudo-Stevia” che hanno invaso il mercato italiano ultimamente, ed il nuovissimo zucchero-insetticida OGM) sono rimedi peggiori del male.

 

 

 

 

 

 

l’erba voglio

capriccio

Secondo la nuova pedagogia progressista, i capricci non esistono. Quelli che noi chiamiamo con questo termine inappropriato sono semplicemente bisogni ,espressi in maniera drammatica e plateale a causa della frustrazione vissuta dal bambino.

Sono sempre un po’ diffidente quando sul banco degli imputati finisce una definizione linguistica. Il nostro vocabolario stabilisce:

caprìccio

s. m. [dall’ant. caporiccio]. –

1.
a. Voglia improvvisa e bizzarra, spesso ostinata anche se di breve durata: venire, saltare un c. (con il dativo della persona: gli vengono tutti i c.; le è venuto il c. di un orologio molto costoso; ma che capriccio ti salta, ora?); levare, cavare un c., soddisfarlo; fare passare i c.; essere pieno di capricci; avere più c. che capelli in testa; modo prov., ogni riccio un c., di bambino assai capriccioso (ma anche riferito talora, scherz., a donne); fare, agire a capriccio, seguendo i proprî impulsi improvvisi, senza una ragione plausibile; fare i c., spec. di bambini, fare le bizze. Riferito a cose, non funzionare bene: la mia vecchia macchina stamattina ha fatto i c. e mi ha lasciato per strada; oggi il computer ha fatto i capricci.

Tralasciando l’interessante, carinissimo etimo (da capo riccio, come ci ricorda un famoso adagio popolare) l’accezione corrente, dunque , è puramente descrittiva. L’utilizzo del termine non preclude la possibilità che il capriccio sia espressione di un bisogno nascosto, nè quella di indagarne le cause.  Il dizionario ci ricorda poi che non solo i bambini possono avere un capriccio. Puo’ succedere ad uomini, donne, persino ad automobili e computer.

Chiunque abbia un bambino piccolo sa bene come egli sia soggetto a

“Voglie improvvise e bizzarre, spesso ostinate anche se di breve durata”.

Prendere atto di questa realtà fattuale, comunque la si chiami,  non significa sminuire il bambino o non dedicare attenzione ad indagare la cause profonde dei suoi comportamenti.  Viceversa, rifiutare di utilizzare la parola capriccio preferendo dire “ha fatto una scenata”, “ha avuto una crisi” , “è crollato” etc. non ci trasforma automaticamente in genitori coscienziosi.

Partiamo dal presupposto che  qualsiasi agire umano nasce da un bisogno. Questo va da sè, non ci sono eccezioni. Tuttavia, i bisogni non sono tutti uguali.

Talvolta , nel mondo adulto, la soddisfazione del capriccio ( mi si passi il termine, non stiamo parlando di bambini!) arriva a scavalcare persino quella del bisogno primario: accade  , grazie alla straordinaria libertà democratica di cui godiamo , che si decida sia meglio investire in uno smartphone che in cibo sano, che sia meglio acquistare stracci alla moda ed avere unghie perfette che risparmiare per permettersi una vacanza nel verde o per acquistare oggetti di reale utilità ed impatto sulla qualità delle nostre vite.

La mia impressione è che la “rivoluzionaria” condanna a morte  del concetto di capriccio, che eleva qualsiasi esigenza al rango di generico “bisogno” , sia piuttosto scivolosa.  Viviamo infatti in un mondo in cui il modello economico imperante ( e purtroppo altamente devastante per il pianeta e le sue forme di vita ) si basa proprio sulla soddisfazione indifferenziata di qualsiasi desiderio, da quello piu vitale ed impellente fino a quello piu piccolo e voluttuario . La crescita, o meglio la “ripresa” economica si basa su continuo incremento della domanda, e percio’  sullo sfruttamento umano e sulla distruzione ambientale in proporzione sempre crescente.

La negazione del capriccio quindi, a livello sociale, filosofico e da ultimo anche pedagogico, coincide con l’idea della assoluta liceità del desiderio, quale esso sia.

Si potrebbe giustamente obiettare che l’accettazione del capriccio  -oooops,  bisogno !  non corrisponde necessariamente alla sua  indiscriminata soddisfazione: esso puo’ essere considerato sempre lecito in quanto espressione umana, e non venire negato o represso, senza per questo essere immediatamente gratificato. Ed è questo meritevole slancio , probabilmente , a muovere gli illustri pedagoghi che hanno elaborato e diffuso questo nuovo modello di educativo.

Purtroppo quello che ne deriva, nella pratica, è assai diverso. Inserendosi in una struttura sociale fortemente deformata dalla malattia del consumo, questo stile educativo , anzichè invitare il genitore ad educare tramite il proprio esempio di moderazione, sfocia in decadenza .  Il negare che esista il capriccio infantile diventa un perfetto alibi per procedere alla negazione del capriccio del genitore: tutti i “voglio!” sono leciti nella nostra società, anzi: sono  i benvenuti, perchè fanno crescere il PIL.

Un tocco di bacchetta magica cancella il nome della malattia, e trasforma una società di individui malati in persone perfettamente sane.

Sarebbe molto piu’ interessante,  benchè scomodo, soffermarsi invece sulla natura dei bisogni reali che si nascondono dietro ai “capricci” che affliggono ogni giorno tutti gli abitanti , piccoli e grandi, del mondo privilegiato .

Che cosa veramente manca nelle nostre vite?  Come mai abbiamo cosi’ tanti capricci, che essi siano bisogni materiali, fissazioni, nevrosi , esibizionismi, collezionismi, manie ? Cosa si nasconde dietro di essi?

Basterà la morte di una parola a liberarcene?